Menopausa precoce: cos’è, cosa comporta, come si interviene

Dati tratti dalle Linee guida sulla menopausa pubblicate dalla Regione Toscana – Salute

Il testo completo è disponibile a questo link, completo di bibliografia.

Cos’è la menopausa precoce?

La menopausa precoce è definita come:

la cessazione della funzione ovarica in donne di età compresa tra i 40 e 45 anni, caratterizzata da amenorrea ipergonadotropa della durata non inferiore ai 4 mesi con aumento dei livelli di FSH generalmente > 30- 40 IU / litro e riduzione dei livelli di E2 (< 50 pg /ml) controllati in almeno 2 valutazioni eseguite a distanza di un mese.

Oggi non si parla più di POF, “premature ovarian failure”, ma di POI “premature ovarian insufficiency”, poiché la situazione di irreversibilità della condizione non è registrata in tutti i casi.

Nel caso in cui la menopausa sia stata indotta chirurgicamente, si parla di menopausa iatrogena, un capitolo del tutto a parte.

La menopausa precoce (non iatrogena, dunque) può essere determinata da diversi fattori:

In oltre il 70 % dei casi di insufficienza ovarica prematura, l’amenorrea secondaria insorge dopo un periodo più o meno lungo di cicli mestruali regolari, a volte dopo la sospensione di un trattamento ormonale contraccettivo o subito dopo una gravidanza, oppure dopo un periodo di irregolarità mestruale; nel 10 % dei casi insorge come amenorrea primaria ipergonadotropa, ovvero l’amenorrea che si caratterizza per valori elevati di gonadotropine (LH, FSH).

Cosa comporta la menopausa precoce?

Conseguenze cliniche della POI sono:

Il danno sulla funzione riproduttiva può naturalmente comportare conseguenze psicologiche negative sull’umore, anche in donne che hanno già portato a termine una gravidanza. Va detto però che la riproduzione è sì compromessa, ma nel 50% dei casi può essere presente una residua funzione ovarica, scarsamente prevedibile dai dati clinici, addirittura con inattese gravidanze nel 10% dei casi.

La POI è fattore di rischio per l’osteoporosi e il benessere della struttura ossea, oltre che per la funzione cardiovascolare: si stima un incremento di rischio di patologia cardiaca ischemica dell’80% in donne con menopausa prima dei 40 anni rispetto a donne con menopausa tra 49 e 55 anni; il fumo è naturalmente fattore aggravante.

Con la menopausa precoce diminuiscono anche attenzione, tono, umore e funzione cognitiva, peggiorando la fluidità del linguaggio e la memoria visiva. La funzione sessuale risulta invece compromessa dal calo del desiderio e dal dolore durante i rapporti.

Menopausa precoce: la terapia

La base di partenza è sempre la stessa: l’alimentazione non può curare, ma può influire positivamente sulla salute della donna in menopausa. La menopausa precoce non fa naturalmente eccezione, e così anche in questo caso un salutare stile di vita con corretta alimentazione, limitato uso di sale, assunzione giornaliera di alcool non superiore ai 20g, niente fumo e regolare attività fisica diventa condizione fondamentale per mantenersi in salute.

A questo naturalmente può aggiungersi una terapia farmacologica specifica, generalmente individuata nella TOS (terapia ormonale sostitutiva). Abbiamo detto più volte che la scelta di intraprendere o meno questo tipo di percorso però dipende da vari fattori:

È possibile operare a livello medico una correzione del deficit estrogenico con recupero o meno della mestruazione. A tale proposito, possono essere concordati con la paziente regimi estesi che non prevedono la ricorrenza mensile della mestruazione. Questo può consentire di ottenere una prevenzione della patologia cardiovascolare, un miglioramento della funzione cognitiva e del benessere personale, un miglioramento della funzione sessuale e – se richiesto – anche la preparazione dell’endometrio a programmi di fecondazione assistita.

La terapia è raccomandata almeno fino all’età della menopausa fisiologica.

Quale terapia scegliere?

Gli estrogeni in somministrazione transdermica dovrebbero essere la prima scelta nelle pazienti obese, in sovrappeso o comunque in tutti i soggetti a maggior rischio tromboembolico venoso (TEV). Sulla base di osservazioni cliniche e dati sperimentali, pur in assenza di trial randomizzati, si può affermare che l’estradiolo così somministrato non aumenta il rischio TEV.

Progesterone e Diidrogesterone (necessaria supplementazione in donne non isterectomizzate) possiedono un miglior profilo rispetto ad altri progestinici per quanto riguarda il rischio TEV. La contraccezione ormonale combinata (COC) come terapia è indicata nelle pazienti che non accettano il rischio di una gravidanza e nelle giovanissime che desiderano un trattamento non diverso rispetto alle coetanee che usano i COC come contraccettivo. Per il loro impiego devono però essere valutati i ben noti fattori di rischio che ne controindicano l’uso.

Da considerare l’impiego di associazioni con estrogeni naturali che possono essere considerati da un punto di vista metabolico, un ponte ideale tra contraccezione e TOS.

Il trattamento con androgeni dovrebbe essere riservato a donne con evidenti segni clinici e sintomi di insufficienza androgenica (desiderio sessuale ipoattivo o assente) particolarmente rilevanti in giovani donne con POI chirurgica.